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Campagna di ricognizioni archeologiche subacquee a Cala San Giorgio

Il portus Sancti Georgii: storie di rotte, navi, approdi ricostruiti grazie agli archeologi subacquei dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro.

Campagna di ricognizioni archeologiche subacquee a Cala San Giorgio (Bari) [2016]

Nell’ambito del progetto “Il sistema portuale tra Antichità e Medioevo: archeologica subacquea e dei paesaggi costieri del litorale da Bari a Bisceglie” (“FutureInResearch” – Università degli Studi di Bari Aldo Moro) - coordinato e diretto scientificamente da chi scrive, nato dall’esigenza di integrare il quadro delle conoscenze relativo ai porti, agli approdi e alle dinamiche socio-economiche e di navigazione relativo ad un particolare comprensorio costiero pugliese, quello centrale, che ad oggi risulta non sistematicamente indagato attraverso l’analisi del paesaggio archeologico costiero e subacqueo - sono state approfondite le ricerche presso l’approdo di Cala San Giorgio (Bari). Il toponimo portus Sancti Georgii era noto grazie alle fonti medievali (Niceforo e Giovanni Arcidiacono), citato in occasione degli avvenimenti della traslazione delle reliquie di s. Nicola, compiuta nell’anno 1087, come penultima tappa del viaggio di ritorno dei marinai che ripartirono da Myra verso Bari dopo aver caricato a bordo le reliquie del Santo. Le prospezioni, avviate nel 2013 e proseguite nel 2014 attraverso indagini strumentali (side scan sonar e multibeam in collaborazione con il Dipartimento di Biologia, Prof. Angelo Tursi – Università degli Studi di Bari Aldo Moro) sono state approfondite nel 2016 con una campagna di immersioni hanno consentito di censire inedite unità topografiche archeologiche sommerse e costiere, inquadrabili a partire dal III sec. a.C. fino al XII/XIII sec. d.C., con evidenze anche per il basso Medioevo e l’Età contemporanea. L’analisi dei reperti trovati conferma invece un ruolo ricettivo del portus di San Giorgio tra l’età romana e quella medievale e oltre, legata alle rotte che permettevano l’importazione dai territori dell’Africa settentrionale e del Mediterraneo orientale soprattutto nella tarda antichità. Oltre ai reperti ceramici, numismatici, archeozoologici e metallici sono stati recuperati anche reperti litici tra cui macine in pietra vulcanica, lastre in pietra scistosa e contenitori in pietra ollare che attualmente sono stati oggetto di un programma di campionamento destinati ad analisi petrografiche (Prof.ri Pasquale Acquafredda e Giacomo Eramo, Dipartimento Scienze della Terra e Geomabientali - Università degli Studi di Bari Aldo Moro).

A svolgere le operazioni di survey subacqueo e costiero è stata una équipe variamente formata da archeologi, studenti universitari e subacquei sportivi. I primi risultano iscritti ai corsi di laurea triennale e magistrale in Scienze dei Beni Culturali e in Archeologia (Dipartimento di Ricerca e Innovazione Umanisticica) presso l’Università degli Studi di Bari Aldo Moro (Capurso Sergio, Marzocca Marta, Masciale Luca, Milanesi Marco, Minafra Danilo, Minervini Ignazio) insieme ad un gruppo ristretto di studenti del corso di Laboratorio di Archeologia subacquea della sede di Taranto afferenti comunque alla medesima università, a cui sono stati affidati ruoli di responsabilità per la gestione della documentazione del survey, dei reperti e del laboratorio sul campo (Marco Primiceri; Ginevra Coppola; Maria Carmela Oliva). Le ricerche infatti sono state condotte con finalità di formazione didattica, rivolta in particolar modo a giovani studenti anche se è risultato che la maggior parte non possedeva un brevetto per immersioni. L’assenza di questo requisito non ha comunque impedito una loro attiva partecipazione alla ricerca sul campo in quanto hanno ugualmente fornito un utile supporto tecnico e logistico ai subacquei direttamente impegnati nelle immersioni quotidiane svolgendo operazioni di sicurezza e di documentazione dalla superficie, tra cui foto e video utilizzando videocamere subacquee, supportando il recupero dei materiali e la documentazione archeologica, svolta presso le postazioni mobili che, sulla base dei programmi quotidiani, venivano allestite sulla spiaggia o presso il laboratorio da campo impiantato per assicurare le prime operazioni di conservazione, classificazione e quantificazione dei reperti mobili prelevati.

Il progetto è da considerasi infatti corale anche sotto il profilo della tutela, della logistica, della operatività a mare in sicurezza oltre che per le finalità di protezione del patrimonio culturale costiero e marino. A supportare queste direttive sono state infatti intraprese una serie di collaborazioni a partire da quella con la Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la Città Metropolitana di Bari, con cui c’è stato un continuo confronto sulle strategie di metodo per gli interventi a mare oltre che per l’iter legato alla tutela dei reperti e dei siti individuati (Soprintendente Dott. Luigi La Rocca, responsabile del settore di ricerca archeologica subacquea e il Dott. Angelo Raguso, responsabile tecnico per l’Archeologia subacquea). In particolar modo, per questi ultimi aspetti è stata anche interessata la “Società Italiana per la Protezione dei Beni Culturali – SIPBC onlus, sezione regionale Puglia” mentre con i subacquei dell’Associazione Culturale “Centro Sub Corato – Vivere il Mare” è stata instaurata una collaborazione finalizzata a fornire il necessario supporto logistico alla cantieristica e alla documentazione del rilievo e video-fotografica (Giovanni Strippoli, Gianfranco Ruffo, Natale Annalisa, Angelo e Emilio Fiore, Maiorano Domenico; Maiorano Clara). Grazie infatti alle tante riprese effettuate sott’acqua durante le ore di documentazione svolte dagli archeologici e dai collaboratori tecnici si è potuto realizzare un filmato  (riprese di Angelo e Emilio Fiore; regia e montaggio di Gianfranco Ruffo) che si propone di divulgare scientificamente da un lato il “mestiere dell’archeologo subacqueo” che in nessun caso si identifica con una semplice “caccia all’anfora o a reperti sommersi” ma al contrario ad una attenta e metodologica documentazione degli stessi all’interno del contesto di rinvenimento prima di essere prelevati o campionati (almeno nel caso dei reperti isolati e a rischio conservazione) e consentire quindi maggiori percorsi di approfondimento e ricostruzione nei laboratori specifici e dall’altro di far conoscere e vivere in maniera più coinvolgente l’esplorazione scientifica dei fondali marini anche per chi non è un subacqueo o non è addetto ai lavori.

Un rapporto simbiotico nutrito sulla base degli interessi comuni finalizzati alla protezione del patrimonio culturale sommerso è stato infine avviato con la Capitaneria di Porto – Guardia Costiera di Bari (C.V. - C.P. Luigi Leotta). Il corpo ha infatti messo a disposizione sia il personale specializzato sia i mezzi per agevolare le operazioni a mare, assicurando una costante attività di monitoraggio durante le ricerche e fornendo un valido contributo nelle fasi di rilievo delle coordinate geografiche tramite G.P.S. oltre che supportare le attività di recupero e quelle di trasporto a terra dei reperti che sono stati depositati presso la base di San Cataldo in un primo momento subito dopo il recupero e successivamente trasferiti presso il laboratorio da campo, dove dopo i necessari trattamenti sono stati imballati e preparati per essere trasportati presso i depositi di della Soprintendenza (Dott.ssa Francesca Radina e la Dott.ssa Antonella Battisti).

Un fondamentale sostegno alla ricerca inoltre è stato fornito della struttura ricettivo-turistica villaggio Baia San Giorgio che ha fornito spazi e strumenti per agevolare la ricerca archeologica costiera e subacquea (Dott. Emanuele Veneziani).

 

Dott. Giacomo Disantrosa

Archeologia dei paesaggi costieri in età tardoantica e medievale
Archeologia subacquea (Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici)
Laboratorio di Archeologia subacquea (sede di Taranto)
Dipartimento di Ricerca e Innovazione Umanistica
Università degli Studi di Bari Aldo Moro
Pubblicato il: 25/06/2019  Ultima modifica: 14/03/2022
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